Racconto delle Cinque Terre: il Sentiero dell’Amore e dell’Infinito

Quando il treno lasciò La Spezia, alle 13:50, sentii che qualcosa dentro di me si stava già muovendo. Non era solo il viaggio verso Levanto: era la promessa di quattro giorni sospesi tra mare e cielo, tra fatica e meraviglia. Guardavo dal finestrino i tagli di luce che si aprivano tra le gallerie, il blu improvviso del mare che compariva come un lampo. Ogni volta mi sorprendeva, come se fosse la prima.

Giorno 1 — Da Levanto a Monterosso

A Levanto l’aria profumava di sale e pini. La mulattiera iniziava subito a salire, decisa, e io con lei. Il ritmo del gruppo era lento, misurato, quasi meditativo. Camminavo ascoltando il mio respiro e quello degli altri, mentre la macchia mediterranea ci avvolgeva con il suo odore resinoso.

Quando raggiungemmo Punta Mesco, il mondo sembrò aprirsi. Le Cinque Terre erano lì, una dopo l’altra, come un rosario di case colorate sospese sul mare. Le rovine del monastero, il vecchio faro, il vento che portava storie antiche. Rimasi in silenzio più a lungo del necessario. Non volevo rompere quell’incanto.

La discesa verso Monterosso fu un ritorno alla realtà, ma una realtà più luminosa. Il Gigante, Nettuno, ci aspettava come un guardiano di pietra. Tornai a La Spezia con la mente piena di immagini che non avevo ancora trovato il coraggio di raccontare.

Giorno 2 — Corniglia, Vernazza, Monterosso

Corniglia mi accolse dall’alto, severa e bellissima. Il sentiero tra i muretti a secco era un viaggio nella storia: ogni pietra sembrava messa lì da mani che conoscevano la fatica e la pazienza.

Il mare era sempre con noi, a volte vicino, a volte lontano, ma mai assente. A Vernazza mi fermai qualche minuto a guardare il porticciolo dall’alto: sembrava un presepe vivo, un luogo troppo perfetto per essere reale.

Verso Monterosso il sentiero si fece più dolce, tra alberi da frutto e colline verdi. Era come camminare dentro un dipinto.

Giorno 3 — Il Sentiero dell’Infinito

Riomaggiore alle prime luci del mattino aveva un fascino quasi segreto. Il Sentiero dell’Infinito iniziò subito a salire, deciso, e io con lui. Ogni passo era un’apertura: le isole di Palmaria, Tino e Tinetto sembravano galleggiare in un mare immobile.

Il Santuario di Montenero apparve come un miraggio bianco tra il verde. Mi sedetti un attimo sul muretto, guardando l’orizzonte che sembrava non finire mai. Capivo perché lo chiamassero così: c’erano tratti in cui il sentiero davvero si perdeva nel cielo.

Arrivare a Portovenere fu come entrare in un sogno. Le case colorate, la chiesa di San Pietro affacciata sul mare, il vento che portava odore di salsedine e libertà.

Giorno 4 — La Via dell’Amore

La Via dell’Amore era breve, ma intensa. Camminavo tra Riomaggiore e Manarola con la sensazione di essere sospeso tra due mondi: la roccia da una parte, l’infinito blu dall’altra.

A Manarola il sentiero si fece più selvaggio, tra vigneti e terrazze. La salita verso Corniglia fu l’ultimo sforzo, quello che ti fa capire che il viaggio sta finendo.

Quando arrivammo al paese, con i suoi vicoli stretti e le piazzette affacciate sul mare, provai una nostalgia improvvisa. Non era ancora finito, e già mi mancava.

Alle 14, quando il treno ci riportò verso La Spezia, guardai fuori dal finestrino come il primo giorno. Ma questa volta non era il mare a sorprendermi: ero io, cambiato, più leggero, più presente.

Avevo camminato tra l’Amore e l’Infinito. E qualcosa di quei sentieri era rimasto dentro di me.