Quella mattina il cielo era terso, ma il vento freddo annunciava che in quota l’inverno non aveva ancora ceduto il passo. Avevamo programmato di salire al passo Grostè con la funivia, per poi scendere attraverso uno dei percorsi più spettacolari delle Dolomiti di Brenta. Ma la montagna aveva altri piani: troppa neve, impianti chiusi. Nessun problema. Abbiamo invertito la rotta e, zaino in spalla, abbiamo cominciato a salire a piedi.
Il sentiero si è fatto presto ripido, scavato tra boschi profumati di resina e radure punteggiate di crochi. Salivamo tra i gradoni rocciosi, dove il verde lasciava spazio al grigio, e il panorama si apriva sempre più ampio, ruvido, potente. Intorno a noi, le guglie dolomitiche del Brenta si stagliavano contro il cielo come torri di pietra: verticali, silenziose, antiche.
Superata la soglia del bosco, ci siamo immersi in un ambiente d’alta quota: la neve copriva i tratti più esposti, rendendo la salita più lenta ma anche più suggestiva. L’ultimo tratto, faticoso e spettacolare, ci ha condotto al Rifugio Tuckett. Chiuso, ma sempre maestoso nel suo silenzio sospeso tra roccia e cielo.
Dopo una breve sosta, abbiamo iniziato la lunga discesa verso Vallesinella. La fatica si è sciolta man mano che scendevamo, e il suono dell’acqua è diventato il nostro compagno di viaggio. Il gran finale ci attendeva: le cascate Alte di Vallesinella, un capolavoro naturale scolpito dal tempo e dall’acqua.
Le passerelle di legno ci hanno permesso di attraversare quel regno liquido, sospesi sopra il fragore dell’acqua che corre impetuosa tra muschi e rocce. Ci siamo fermati, ognuno con i propri pensieri, ad ascoltare il suono del mondo che scorre.
È stato un giorno diverso da come lo avevamo immaginato. Forse anche migliore. Perché quando la montagna decide, non resta che seguirla — e lasciarsi sorprendere.
