Quando ho chiuso lo zaino la mattina dell’8 maggio, sapevo che stavo partendo per qualcosa di speciale, ma non potevo immaginare quanto quei sentieri mi sarebbero rimasti dentro. Avevo sentito parlare delle Cinque Terre, certo. Ma vederle, attraversarle a piedi, è un’altra cosa.
Eravamo solo in nove. Un piccolo gruppo, compatto, già unito dopo poche ore. Da La Spezia, il treno ci ha portati a Levanto: il viaggio stesso era un assaggio di bellezza — mare, scogliere, colline verdi. E poi siamo partiti. La mulattiera ci ha accolti con il profumo della macchia mediterranea: pini, corbezzoli, ginestre. Ogni passo sembrava portarci in un’altra epoca. Punta Mesco ci ha lasciati senza parole. Le rovine del vecchio monastero e quel faro abbandonato, affacciati sul golfo… sembrava di stare in cima al mondo. Lì ho capito che avrei ricordato ogni dettaglio di questo viaggio. Monterosso ci ha accolti con la figura colossale del Gigante, Nettuno, scolpito nella roccia. Mi sono seduto un attimo, in silenzio, davanti al mare. Avevo già il cuore pieno.
Il giorno dopo siamo ripartiti presto: Corniglia, Vernazza, Monterosso. Quel tratto di sentiero sembra cucito tra cielo e mare. Passavamo tra muretti a secco e vigneti, con il mare sempre lì, a farci compagnia. Vernazza ci ha colti all’improvviso, in uno scorcio da cartolina. Non so quante volte mi sono fermato solo per guardare, respirare, ascoltare il silenzio. Quando siamo arrivati a Monterosso nel pomeriggio, eravamo stanchi ma pieni di gratitudine.
Sabato è stato il giorno più intenso: il Sentiero dell’Infinito. Lo ricorderò sempre così: infinito. Un susseguirsi di scorci vertiginosi edi macchia mediterranea, che sembra arrampicarsi sull’impossibile, di colori saturi e profumi selvatici. Il Santuario di Montenero ci ha accolti a metà strada come un’oasi. Ho acceso una candela col pensiero. Non per qualcosa in particolare, ma perché ne sentivo il bisogno. Portovenere è apparsa in fondo al cammino come un sogno, col castello, la chiesa sul promontorio, l’acqua che scintillava sotto il sole.
E poi, l’ultimo giorno: la Via dell’Amore. Breve, sì, ma intensa. Camminare a picco sul mare, su quel tratto scavato nella roccia, mi ha fatto sentire minuscolo e, allo stesso tempo, profondamente connesso a tutto. A Manarola abbiamo continuato il cammino tra filari di viti e muretti sospesi sul nulla, fino a Corniglia. Lì, seduto su una panchina, guardando l’orizzonte, ho pensato a quanto sia incredibile ritrovare sé stessi camminando con altri.
Alle 14 eravamo di nuovo a La Spezia. I volti stanchi, le gambe indolenzite, ma gli occhi lucidi. Eravamo partiti in nove. Siamo tornati amici. E le Cinque Terre, adesso, le porto dentro.
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